Ecco in ordine sparso i libri che ho letto nel corso dell’estate.
“Il sentiero degli dei” di Wu Ming2 – un oggetto-narrativo-non-identificato come direbbe il mio quartetto letterario preferito, tra reportage, libro di viaggi, inchiesta e itinerario nell’Appenino scavato dalle voragini della TAV. Un racconto di impegno civile al quale non manca un tocco romantico. Gli aneddoti , tal volta buffi, per lo più frutto di esperienze veramente vissute dallo scrittore, inframezzati da inchieste sull’impatto ambentale e sociale dell’Alta Velocità, scorrono a passo d’uomo riportandoti con “i piedi per terra”. Bello da leggere sul treno e nella sosta durante una lunga camminata.
“Mary Terror” di Robert McCammon, scritto tra 89 e 90, nell’epoca del tardo “yuppismo” e della “fine della storia” di Fukujama, racconta la storia di un fantasma dei movimenti radicali statunitensi, in particolare della militante di un gruppetto (immaginario) dissidente di Weather Underground. Il fantasma in questione è in carne ed ossa, una donna piena di turbe psichiche che vive in clandestinità da quasi vent’anni, cercando inutilmente il sollievo nel LSD e in un gioco patologico con le babmbole, conseguenza della perdità del bambino che aspettava durante una sparatoria con FBI. Insomma allegoria di una generazione sconfitta. Il romanzo scorre veloce, pieno di azione, sconfina tal volta quasi nell’orror nelle scene trucide, bella la prima parte, forse un po’ riduttiva la seconda.
“Ambigue Utopie” – una raccolta di scrittori italiani di fantascienza, spesso ucronica, altre volte sociologica, sempre politicamente schierata, senza però risultare banale o ciecamente ideologica. Niente male, ma dai toni un po’ novecenteschi a parte alcune eccezioni, sarà perché la maggior parte degli scrittori appartiene alla generazione degli ultra-cinquantenni che negli anni settanta collaboravano con le ormai mitologiche fanzine sci-fi come appunto “Un’ambigua utopia” esistita tra il 1977 e 1982. Molto interessante la prefazione e in ogni caso da leggere per chi conosce poco la fantascienza italiana, schiacciata nella nicchia più che altrove. Ma gli scrittori sci-fi ventenni esistono?
“L’universo di Darwin” di Gene Bilynsky – trovato per caso in una libreria dell’usato a Varallo Sesia, libro mai più ristampato dagli anni ottanta – un trattato divulgativo sulle ipotesi evolutive su altri pianeti, sulla natura e composizione dell’universo e sulle leggi che determinano la nascità della vita. Tra scienza e fantascicenza, senza troppe speculazioni e molto ben argomentato, sicché il commento di Asimov sul retrocopertina dice: “Con briosa immaginazione Bylinsky racconta il lento e magnifico sviluppo della vita in un universo complesso. Sono davvero felice che il suo libro esca proprio in questo periodo nel quale i crazionisti pretenderebbero di fare arretrare il pensiero scientifico allo stadio della mitologia babilonese”
Lo scenario di “La caduta di Hyperion” rimane intrigante, sviluppandosi in un epico conflitto intergalattico dagli esiti ed alleanze inaspettate. Si dilunga un po’ troppo la storia dei pellegrini e della loro permanenza presso le Tombe del Tempo, con alcuni particolari e flashback stucchevoli e sentimentali, riflessioni e ricordi familiari che mi sono parse un po’ fuori tempo e luogo. Alcuni risvolti macro-politici sono piuttosto complessi, in quel caso è inutile pensare quanto siano “credibili”, ci sono anche le esigenze narrative. Tuttavia rimane in parte oscuro il ruolo del mostro tecnologico Shrike e la delucidazione sulla sua fine. Mi piacerebbe sentire le opinioni altrui. Intanto segnalo questo
28 giorni dopo di Boyle era un film catastrofista efficace, con un ritmo vorticoso e con una rivisitazione della figura dello zombi che trovavo interessante. Dagli zombi flacidi e putrescenti di Romero, che diffondono il contagio attraverso il morso, pericolosi soprattutto quando fanno massa, si arriva a questi super-zombi che non sono dei “non morti”, ma dei vivi completamente rimbecilliti da un misterioso virus di rabbia, privi di intelligenza ma velocissimi, voracissimi e a quanto pare immuni al dolore e alla fatica – e come se non bastasse per infettarti basta solo che ti sputino in faccia. I buoni vecchi zombi finiscono per farti quasi pena, con i loro frammenti di ricordi malgrado siano ridotti in modo da rispondere solo all’impulso primordiale di nutrirsi di ciò che erano, in un nichilismo biologico patetico e inquetante. E’ un passaggio naturale, se i primi rappresentavano homo-consumisticus del vecchio liberismo anni ’70, quelli di 28 giorni dopo sono la metafora del turbo-capitalismo guerresco, in cui gli stili di vita dominanti si estremizzano ulteriormente, in cui il cannibalismo simboleggia in modo migliore ciò a cui si sono ridotti i rapporti umani.