SubKultural & PopKultural

Gennaio 25, 2009

Dan Simmons. Quando “scrittore” fa rima con “squallore” e con “delatore”

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di Jean-Daniel Brèque

DanSimmons.jpg[Dan Simmons è noto in Italia soprattutto per i quattro romanzi del ciclo “Hyperion”, nonché per varie opere fantasy e horror. Jean-Daniel Brèque è stato il suo principale traduttore in Francia.]

Traduttore di varie opere di Dan Simmons, tenevo dal 2004 una rubrica regolare sul suo sito web.
Negli ultimi tempi sono stato turbato, rivoltato e anche depresso dai commenti dei partecipanti al forum del sito, e dall’autore stesso, che vomitavano fiumi di odio contro i democratici, gli arabi, gli omosessuali, gli ecologisti ecc.
L’11 gennaio scorso, la goccia che ha fatto traboccare il vaso: Dan Simmons ha incitato un internauta a denunciare alla FBI una giovane palestinese che studia negli Stati Uniti, che gli aveva confidato la sua collera davanti ai massacri di Gaza e il suo desiderio di vendetta.

Simmons arrivava a fornire il link da contattare per una denuncia, e diversi numeri di telefono, concludendo il suo messaggio con questa frase: “In realtà, inutile contattarli, l’ho già fatto io stesso (suppongo che il nome non sia quello dato da lei, ma potrà discutere di questo con gli agenti federali che verranno a visitarla)”.
Lo stesso giorno, gli ho reso nota la mia decisione di interrompere ogni collaborazione con il suo sito. Ne ha preso atto, difendendo il suo appello alla delazione (la sua giustificazione consisteva in una data, l’11 settembre) e concludendo, a torto, che io provavo “disprezzo” per il suo sito web, per la sua posizione e per lui stesso, oltre che per la sua opera. Di conseguenza, mi ha detto, non solo ha deciso di fare cancellare dal suo sito tutte le cronache che avevo redatto (cosa fino a oggi, 21 gennaio 2009, non ancora avvenuta, dato che il provider è in vacanza), ma ha anche contattato Danny Baror, suo agente letterario per l’estero, e gli ha chiesto di garantirgli per contratto che io non fossi il traduttore di Drood, il suo ultimo romanzo, né di qualsiasi ulteriore opera narrativa firmata Dan Simmons.
Se mi avesse chiesto di non tradurlo più, vista la rottura delle nostre relazioni di cordialità, avrei accettato. Ha scelto di impormi la sua volontà tramite un attacco preventivo, seguito da una rappresaglia sproporzionata – perfettamente in linea con la sua posizione ideologica.
Dopo avere informato gli editori per i quali ho recentemente tradotto i suoi romanzi – che qui ringrazio per la loro solidarietà – ho deciso di rendere pubblico questo incidente, perché la mia posizione sia chiara.

E’ cosa rara che un autore cerchi di farsi più piccolo della sua opera.
Antoine Blondin

Gennaio 21, 2009

Magdeburg l’eretico

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Magdeburg leretico

Magdeburg l'eretico

Un paio d’anni fa lessi Magdeburg l’eretico di A. Altieri, noto scrittore milanese e affermato sceneggiatore cinematografico. Mi affascinava l’ambientazione e lo stile tagliente, come la katana del protagonista: un misterioso eretico che tesse le trame oscure in mezzo alla Guerra dei Trent’anni che divora l’Europa. Tuttavia mi lasciava perplesso il personaggio principale, una specie di supereroe oscuro, capace di tutto, istruito chissà come all’arte della spada in Giappone, ma come se non bastasse preparatissimo anche per quanto riguarda la filosofia dell’estremo oriente e infine conoscitore preparatissimo della situazione politica europea. Un po’ troppo per una vita sola! Tuttavia, mettendo da parte i miei scetticismi e reticenza di fronte a quello che inizialmente mi appariva come un personaggio virile e macho, modello umano piuttosto inflazionato ma per fortuna anche superato nella cultura popolare odierna, ho deciso di leggere tutta la trilogia evitando pregiudizi. Mi sono detto che è assurdo pretendere l’assoluta razionalità e coerenza in un romanzo del genere, una curiosa via di mezzo tra romanzo storico, fantasy e horror. La storia in sè, piena di immagini evocative, azione e suspence, è anche un pretesto per raccontare la genesi della guerra eterna su cui Altieri insiste per tutto il romanzo. “Dio è morto, la guerra è eterna”.

Sullo sfondo dunque vediamo la nascità degli stati moderni in un bagno di sangue, le classi dominanti ubriache di potere e in preda all’assolutismo che involve l’intera società, che vede sepolte quelle poche conquiste del Rinascimento. Quello su cui volevo soffermarmi, infatti è proprio questo contesto, così ben descritto da Altieri, e non tanto la trama che lascio a chi vorrà leggerlo, oltre al concetto di “guerra eterna”, tornato in voga all’inizio del ventunesimo secolo. Dekken, Wallenstein, Wittelsbach e innumerevoli altri potenti che compaiono nel romanzo non sono altro che i predecessori delle classi dominanti odierne, nel XVII secolo ancora autoreferenziali e ignare del fatto che a breve dovranno fare i conti con una concorrenza spietata – banchieri e mercanti. D’altronde qualcuno diceva “la paura è l’anima del commercio” per questo i secondi non potranno mai rinunciare ai primi, i fautori del terrore. Non è un caso che dopo secoli, nei circolini dei poteri forti ritroviamo a volte gli stessi cognomi di coloro che si credevano designati da Dio per tutelare l’ordine concepito dall’onnipotente – pretendendo implicitamente di essere loro stessi una sua emanazione. Lì nasce l’idea del potere assoluto che i tiranni, per quanto sanguinari dei secoli precedenti, non osavano fare propria.

Tornando al romanzo, Wulfgar, l’angelo delle tenebre, non pare essere al servizio di uno dei potenti, e tanto meno è un guerriero del contropotere: lui sceglie il più ambizioso dei principi, apparentemente come suo alleato, per metterlo di fronte alle verità essenziali e di fronte ai propri limiti, marciando insieme verso il disastro o verso la nemesi? Ma c’è un altro aspetto di questo percorso iniziatico, forse il più importante: la presenza dei vinti e dei reietti, gli archetipi di una società a venire, ai quali ad ogni uno viene assegnato un simbolo elementale. Il disertore, la strega, il costruttore delle lenti, il principe che va incontro alla propria rovina e infine Deveraux, l’osservatore. Forse il loro compito è quello di lasciarsi dietro una scia luminosa nel mondo delle tenebre abitato da uomini-belva? Tracciare un sentiero, una via di fuga? O forse solo accelerare il disastro, perseguire il male necessario per tutelare gli equilibri del mondo? Il disegno di Wulfgar rimane oscuro fino all’ultima parte della trilogia “Il Demone”, dove potrebbero esserci ulteriori colpi di scena che scombussolano il lettore e reindirizzano il corso della trama nonchè le implicazioni etiche, filosofiche e politiche. Comunque sia non vedo l’ora di leggerlo.

Gennaio 11, 2009

Carta d’identità – Mahmoud Darwish (1967)

Archiviato in: Letture, Storia movimenti — sickdogs @ 9:38 pm

Pensando alla Palestina, ripropongo questa vecchia poesia di Mahmoud Darwish, così attuale ancora oggi. Me l’ha datta un vecchio amico (vecchio anche in senso anagrafico), il buon Spartacus che ai tempi faceva parte dei comitati a sostegno della lotta palestinese. Era su un foglio battuto a macchina. Ogni volta che mi presta qualche rivista impolverata, qualche documento dell’epoca, qualche libro impolverato di case editrici che non esistono più, diventa un incontro ravvicinato del terzo tipo con il Novecento. Così fisico, pensando agli odori che emanano, alle mani che li hanno toccati e alle passioni rivoluzionarie che sono state trasmesse a quella carta…

Carta d’identità (Mahmoud Selim Darwish, 1967)

Scrivi – sono Arabo
Cinquantamila è il numero sul documento
Ho otto figli – il nono
Verrà dopo l’estate.

Scrivi – sono Arabo
Con i commpagni in una cava lavoro
Ho otto figli
Acquisto il pane – i vestiti – i quaderni.

Le pietre non vengo
A mendicarle alla tua porta
né ai gradini del tuo trono mi umilio
Per questo ti prende la rabbia?

Scrivi – sono Arabo
Senza nome né titolo
Paziente in un paese dove tutto vive
Per forza di rabbia.
Le mie radici?
Si affondano
Prima che il tempo nascese
Che il cipresso e l’ulivo nascesse
Che l’erba spuntasse.

Mio padre?
Arava la terra – e non aveva origini illustri
Mio nonno? – contadino
Senza calcolo – né nobiltà.

La mia casa?
Una capanna di guardia campestre
Fatta di tronchi e di canne
Del mio rango sei soddisfatto?

Il mio indirizzo?
Sono in un villaggio remoto…dimenticato…
I vicoli non hanno nome.
Gli uomini dei campi e della cava
Amano la libertà. Ti adiri?

Scrivi – sono Arabo
Ti sei preso la vigna dei miei padri
Della terra che aravo coi figli
Non hai lasciate che pietre
Ai miei discendenti
Alla mia famiglia.
Vuoi prenderle?
Il tuo governo le vuole – è quel che si dice.

Scrivi dunque nella prima pagina in alto:
Non odio io gli altri – né derubare li voglio
Ma – se ho fame
Divoro la carne di chi m’ha de

Novembre 12, 2008

Net Strike contro Gelmini

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Giovedì 13 novembre 2008 alle ore 14

NetStrike contro Gelmini e Pubblica (D)istruzione.

Loro fermano il nostro futuro – noi fermiamo i loro siti!

Promosso da:

Informatica in movimento

Ottobre 8, 2008

Fra Dolcino

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Obelisco di Fra Dolcino innalzato nel 1907

Obelisco di Fra Dolcino innalzato nel 1907

Dopo tanti anni che mi frullano nella testa gli echi degli eretici dolciniani bruciati vivi o uccisi in battaglia sui fianchi di Monte Rubello – come un richiamo dal passato di chi ha sfidato l’ordine costituito a non dimenticare – finalmente ho iniziato a leggere “Fra Dolcino e gli apostolici: tra eresia, rivolta e roghi“, un libro del Centro Studi Dolciniani uscito per Derive Approdi nel 2000.

Ora che ci penso non ricordo bene dove ho sentito parlare per prima volta di Fra Dolcino. Probabilmente perchè viene menzionato ne “Il Nome della Rosa” di Eco letto anni fa, e successivamente, essendo rimasto affascinato, sono andato a cercare i riferimenti sugli apostolici altrove, venendo alla fine a conoscenza del Centro Studi Dolciniani. Questo fatto, tra l’altro, mi ha spinto poi a privilegiare le camminate in Val Sesia piuttosto che altrove, forse nella speranza di trovare qualche segno o qualche altro richiamo degli eretici lì defunti più di sette secoli or sono. Spazzati via gli eretici è rimasta l’eresia, continuando ad infiammare gli animi dei contadini di tutta l’Europa, almeno fino all’avvento del marxismo e dell’anarchismo, da quando non ci fu più bisogno di ispirazione religiosa per sfidare i potenti, l’ordine costituito e per rivendicare giustizia sociale, ugualianza, ridistribuzione dei beni. Tuttavia il fervore religioso che si sostituisce alle idee politiche e agli orizzonti ideologici sembra di nuovo in ascesa, anche se in contesti profondamente diversi e dagli esiti difficili da giudicare o prevedere…

Settembre 27, 2008

Senza futuro, non c’è memoria…

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PRIMO MAGGIO: THEY WERE WARRIORS
di Valerio Evangelisti

Cosa diavolo fai qua? Mi chiede Sergio Bologna, fermo sulla soglia del mio ufficio di capo del reparto imposte dirette dell’Intendenza di Finanza. Un uomo magro, alto ed elegante. Per me quasi un simbolo. Esponente di un operaismo per metà in galera e per metà in esilio, lo hanno fatto fuori all’universit di Padova, in cui aveva una cattedra, con un pretesto miserabile (se ricordo bene, una domanda presentata in ritardo). Vive parte in Italia e parte in Germania. Scrive per Primo Maggio, rivista che sta nel movimento senza schierarsi, saggi corposi sulla centralit del trasporto merci. Un’anticipazione delle sue future tesi sui lavoratori autonomi all’epoca poco comprensibili, ma diventate meglio decifrabili ai giorni nostri, quando tanti precari sono stati classificati come autonomi,imprenditori di se stessi volenti o nolenti. In quegli anni si era alle soglie della Pantera io dirigevo una pubblicazione intitolata Progetto Memoria Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Non un’imitazione di Primo Maggio, bensì una testata altrettanto militante che condivideva con PM uno scopo centrale: attingere alla storia per dimostrare che il movimento aveva precedenti illustri e sue radici. Assunto indispensabile, a nostro avviso, in una fase in cui il ‘77 sembrava definitivamente tramontato, ciò che restava dei gruppi armati faceva cose incomprensibili e le lotte di massa, quando risorgevano, parevano del tutto prive di radici. Progetto Memoria (poi ribattezzato per un certo tempo La Comune, per non intralciare una casa editrice omonima di Renato Curcio) ebbe il suo momento più felice proprio durante la Pantera, con oltre mille copie vendute essenzialmente nell’università di Bologna. In seguito andò incontro a un progressivo declino. Ciò che rimase dell’esperienza, cambiati i linguaggi, fu travasato nella rivista cartacea Carmilla, che univa analisi politiche a narrativa di genere; infine diventò Carmilla On Line, con quasi mezzo milione di lettori al mese. Quando Sergio Bologna apparve nel mio ufficio, che avrei lasciato definitivamente sette anni più tardi, tutto ciò era ancora al di là da venire. Poche sere dopo Bologna partecipava a una cena della gente di Progetto Memoria e delle aree circostanti. Si trattava dei sottufficiali del ‘77. Personaggi secondari (me compreso) portati in primo piano dal fatto che, dei vecchi leader, non ne restava nessuno. Intenti a traghettare altrove ciò che restava di un movimento a suo tempo glorioso, ma falcidiato dalla repressione, dalle defezioni, dalle scelte suicide individuali, dai rigurgiti dei gruppi armati. Insomma, una tavolata di sfigati, che però avevano tenuto duro. (continua…)

Settembre 16, 2008

La Stella del Mattino

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Che cosa unisce i destini di Tolkien, C.S. Lewis e Robert Graves? Chi era Lawrence d’Arabia e che ruolo ha avuto nel nazionalismo arabo e nella vita di questi tre autori? Le risposte emergono negli interstizi tra la storia e la fiction, tra come sono andate le cose e come potevano andare…

E’ uno strano romanzo La stella del mattino, è “morbido”, lento, romantico, sà di polvere e libri vecchi come se fosse stato scritto all’epoca in cui è ambientato, e tuttavia fa delle riflessioni profonde che riguardano la nostra contemporaneità – appunto come se i protagonisti riflettessero su un infelice futuro, trattandolo da passato. Quel futuro fatto di guerre per il petrolio, di terrorismo creato ad arte e folli progetti di “scontri tra civiltà”. Wu Ming 4 unisce le vicende intime di alcuni tra i più famosi scrittori inglesi del ‘900 e le grandi questioni geopolitiche nella ridefinizione degli assetti alla fine della Prima Guerra Mondiale.  Le storie di vita  dei protagonisti sono travolte dall’indicibile di quel assurdo massacro che fu la Grande Guerra. I loro tentativi di rimettersi in piedi, di riprendere la loro vita di prima vacillano, sapendo che non sarà mai più la stessa, ora è quella dei ventenni invecchiati prematuramente e afflitti da psicosi post-belliche.  Sono traumi che influenzeranno profondamente le loro opere. Per citarne una, è quella che si trova tra i libri più letti nella storia della parola scritta, “Il signore degli anelli”, rappresenta una profonda riflessione sulla natura e le origini del potere, bollata in passato come letteratura da “evasione”, in realtà è piena di riferimenti legati alla guerra, alla seconda industrializzazione, ai totalitarismi, a tutto ciò che porta con sè il Novecento.

L’indicibile non si può raccontare con il linguaggio corrente, soprattutto quando si attraversa in prima persona quella valle di lacrime, carne ed escrementi. Tutti e tre scrittori citati hanno riccorso al mito per scrivere le loro opere, mentre il quarto è diventato lui stesso un mito: Iblis il Diavolo, Lord Dynamite, Lawrence d’Arabia, un personaggio complesso, contorto, condottiero e tradittore, afflitto dai sensi di colpa e dalle manie di grandezza – un’immagine di Edward diversa da quella dei suoi sostenitori o da quella dei  nemici e denigratori.

Un altro elemento importante del romanzo è l’amore tra gli uomini, o meglio tra maschi. Non mi riferisco solo all’omosessualità, ma all’amore gregario e assessuato, quello che si istaurava prima tra  gli amici nei club studenteschi e poi nelle trincee – un tipo di amore contradditorio, un Amore-Morte, quello che teneva uniti fianco a fianco negli assalti persone intelligenti che dubitavano della guerra, eppure in quei terribili istanti si provava un inespresso piacere nel morire insieme, qualcosa di più sottile della disciplina, della paura delle Corti marziali o del credo fanatico e nazionalista; qualcosa di antichissimo e profondamente radicato nella cultura patriarcale. I protagonisti maschi, seppur persone colte e dotate di straordinario intelletto, non riusciranno mai a cogliere, o meglio a riconoscere questo Amore-Morte. Soltanto le figure femminili del romanzo sono consce di questa aspetto oscuro della natura maschile e mettono in guardia i propri uomini, la più sagace tra tutte Nancy, la moglie di Robert Graves…

La Stella del Mattino – il blog del romanzo.

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