SubKultural & PopKultural

Gennaio 11, 2009

Carta d’identità – Mahmoud Darwish (1967)

Archiviato in: Letture, Storia movimenti — sickdogs @ 9:38 pm

Pensando alla Palestina, ripropongo questa vecchia poesia di Mahmoud Darwish, così attuale ancora oggi. Me l’ha datta un vecchio amico (vecchio anche in senso anagrafico), il buon Spartacus che ai tempi faceva parte dei comitati a sostegno della lotta palestinese. Era su un foglio battuto a macchina. Ogni volta che mi presta qualche rivista impolverata, qualche documento dell’epoca, qualche libro impolverato di case editrici che non esistono più, diventa un incontro ravvicinato del terzo tipo con il Novecento. Così fisico, pensando agli odori che emanano, alle mani che li hanno toccati e alle passioni rivoluzionarie che sono state trasmesse a quella carta…

Carta d’identità (Mahmoud Selim Darwish, 1967)

Scrivi – sono Arabo
Cinquantamila è il numero sul documento
Ho otto figli – il nono
Verrà dopo l’estate.

Scrivi – sono Arabo
Con i commpagni in una cava lavoro
Ho otto figli
Acquisto il pane – i vestiti – i quaderni.

Le pietre non vengo
A mendicarle alla tua porta
né ai gradini del tuo trono mi umilio
Per questo ti prende la rabbia?

Scrivi – sono Arabo
Senza nome né titolo
Paziente in un paese dove tutto vive
Per forza di rabbia.
Le mie radici?
Si affondano
Prima che il tempo nascese
Che il cipresso e l’ulivo nascesse
Che l’erba spuntasse.

Mio padre?
Arava la terra – e non aveva origini illustri
Mio nonno? – contadino
Senza calcolo – né nobiltà.

La mia casa?
Una capanna di guardia campestre
Fatta di tronchi e di canne
Del mio rango sei soddisfatto?

Il mio indirizzo?
Sono in un villaggio remoto…dimenticato…
I vicoli non hanno nome.
Gli uomini dei campi e della cava
Amano la libertà. Ti adiri?

Scrivi – sono Arabo
Ti sei preso la vigna dei miei padri
Della terra che aravo coi figli
Non hai lasciate che pietre
Ai miei discendenti
Alla mia famiglia.
Vuoi prenderle?
Il tuo governo le vuole – è quel che si dice.

Scrivi dunque nella prima pagina in alto:
Non odio io gli altri – né derubare li voglio
Ma – se ho fame
Divoro la carne di chi m’ha de

Ottobre 8, 2008

Fra Dolcino

Archiviato in: Letture, Storia movimenti — sickdogs @ 7:15 pm
Obelisco di Fra Dolcino innalzato nel 1907

Obelisco di Fra Dolcino innalzato nel 1907

Dopo tanti anni che mi frullano nella testa gli echi degli eretici dolciniani bruciati vivi o uccisi in battaglia sui fianchi di Monte Rubello – come un richiamo dal passato di chi ha sfidato l’ordine costituito a non dimenticare – finalmente ho iniziato a leggere “Fra Dolcino e gli apostolici: tra eresia, rivolta e roghi“, un libro del Centro Studi Dolciniani uscito per Derive Approdi nel 2000.

Ora che ci penso non ricordo bene dove ho sentito parlare per prima volta di Fra Dolcino. Probabilmente perchè viene menzionato ne “Il Nome della Rosa” di Eco letto anni fa, e successivamente, essendo rimasto affascinato, sono andato a cercare i riferimenti sugli apostolici altrove, venendo alla fine a conoscenza del Centro Studi Dolciniani. Questo fatto, tra l’altro, mi ha spinto poi a privilegiare le camminate in Val Sesia piuttosto che altrove, forse nella speranza di trovare qualche segno o qualche altro richiamo degli eretici lì defunti più di sette secoli or sono. Spazzati via gli eretici è rimasta l’eresia, continuando ad infiammare gli animi dei contadini di tutta l’Europa, almeno fino all’avvento del marxismo e dell’anarchismo, da quando non ci fu più bisogno di ispirazione religiosa per sfidare i potenti, l’ordine costituito e per rivendicare giustizia sociale, ugualianza, ridistribuzione dei beni. Tuttavia il fervore religioso che si sostituisce alle idee politiche e agli orizzonti ideologici sembra di nuovo in ascesa, anche se in contesti profondamente diversi e dagli esiti difficili da giudicare o prevedere…

Settembre 27, 2008

Senza futuro, non c’è memoria…

Archiviato in: Letture, Storia movimenti — sickdogs @ 3:09 pm

PRIMO MAGGIO: THEY WERE WARRIORS
di Valerio Evangelisti

Cosa diavolo fai qua? Mi chiede Sergio Bologna, fermo sulla soglia del mio ufficio di capo del reparto imposte dirette dell’Intendenza di Finanza. Un uomo magro, alto ed elegante. Per me quasi un simbolo. Esponente di un operaismo per metà in galera e per metà in esilio, lo hanno fatto fuori all’universit di Padova, in cui aveva una cattedra, con un pretesto miserabile (se ricordo bene, una domanda presentata in ritardo). Vive parte in Italia e parte in Germania. Scrive per Primo Maggio, rivista che sta nel movimento senza schierarsi, saggi corposi sulla centralit del trasporto merci. Un’anticipazione delle sue future tesi sui lavoratori autonomi all’epoca poco comprensibili, ma diventate meglio decifrabili ai giorni nostri, quando tanti precari sono stati classificati come autonomi,imprenditori di se stessi volenti o nolenti. In quegli anni si era alle soglie della Pantera io dirigevo una pubblicazione intitolata Progetto Memoria Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Non un’imitazione di Primo Maggio, bensì una testata altrettanto militante che condivideva con PM uno scopo centrale: attingere alla storia per dimostrare che il movimento aveva precedenti illustri e sue radici. Assunto indispensabile, a nostro avviso, in una fase in cui il ‘77 sembrava definitivamente tramontato, ciò che restava dei gruppi armati faceva cose incomprensibili e le lotte di massa, quando risorgevano, parevano del tutto prive di radici. Progetto Memoria (poi ribattezzato per un certo tempo La Comune, per non intralciare una casa editrice omonima di Renato Curcio) ebbe il suo momento più felice proprio durante la Pantera, con oltre mille copie vendute essenzialmente nell’università di Bologna. In seguito andò incontro a un progressivo declino. Ciò che rimase dell’esperienza, cambiati i linguaggi, fu travasato nella rivista cartacea Carmilla, che univa analisi politiche a narrativa di genere; infine diventò Carmilla On Line, con quasi mezzo milione di lettori al mese. Quando Sergio Bologna apparve nel mio ufficio, che avrei lasciato definitivamente sette anni più tardi, tutto ciò era ancora al di là da venire. Poche sere dopo Bologna partecipava a una cena della gente di Progetto Memoria e delle aree circostanti. Si trattava dei sottufficiali del ‘77. Personaggi secondari (me compreso) portati in primo piano dal fatto che, dei vecchi leader, non ne restava nessuno. Intenti a traghettare altrove ciò che restava di un movimento a suo tempo glorioso, ma falcidiato dalla repressione, dalle defezioni, dalle scelte suicide individuali, dai rigurgiti dei gruppi armati. Insomma, una tavolata di sfigati, che però avevano tenuto duro. (continua…)

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