SubKultural & PopKultural

Settembre 1, 2009

Il Quinto Giorno

Archiviato in: 1, Letture — Tag:, — sickdogs @ 5:17 pm

[Questo articolo contiene dei spoiler, chi ha intenzione di leggere il romanzo in questione, forse è meglio che si astenga dalla lettura, prima di averlo finito.]

Di solito sto alla larga dai romanzoni impilati  sui bancali riservati alle “novità”, con le frasi ad effetto sulle copertine accattivanti e l’immancabile numero di copie vendute con almeno sei zeri. Di solito ci sono quei cinque-sei nomi noti a tutti che sfornano i titoli in quantità industriali che ora non voglio ricordare, ma che si possono notare tra le mani di anonimi passeggeri in metropolitana o sul treno.  Poi, di tanto in tanto, ti infilano anche qualche esordiente o qualche faccia meno nota che ha sfondato a livello di mainstream e che si avvia ad una brillante carriera da “bestsellerista”. Tra questi sembrerebbe rientrare anche Frank Shatzing, ma non è ne esordiente e tanto meno giovane, fondatore di un’agenzia pubblicitaria e direttore di una casa discografica, giunto ad un punto maturo della sua carriera ha deciso di dedicarsi alla scrittura.

In questa sua terza attività imprenditoriale sembrerebbe bravo almeno quanto in prime due, o almeno a vedere i titoli dei suoi romanzi, sembrerebbero tutti azzeccati: un thriller medievale tanto in voga ultimamente, poi niente meno che la storia dell’evoluzione del nostro pianeta e in fine quello che mi ha catturato l’attenzione e che ho deciso di comprare a scatola chiusa come “il libro per le vacanze”. Pur dubitando dello spessore del romanzo, così a priori, ho concluso che almeno non mi sarei annoiato dopo aver visto la copertina, letto l’incipit e il riassunto in breve di questo mattone di oltre mille pagine. Una storia in cui non saranno i marziani a cambiare il mondo per sempre, non lo distruggeranno le bombe nucleari o virus fuggiti dai laboratori militari, non saranno le profezie Maya ad avviarci alla nuova era e non saranno le intelligenze artificiali a prendere il controllo dell’umanità. Infatti il mistero arriva dagli abissi marini senza presentarsi in forme spettacolari come in qualche film si-fi di fine anni ‘80  come “The Abyss” o “Leviathan“, ma apparendo inizialmente come una ribellione degli abitanti dei mari contro la sistematica distruzione dell’ecosistema da parte degli umani, per poi svelare una realtà stupefacente che gli scienziati di tutte le epoche non sono mai riusciti ad intuire a causa del loro innato geo-centrismo. Come più volte si afferma nel libro, sappiamo più cose sul Sistema Solare, che sugli abissi marini…

(continua…)

Maggio 29, 2009

Città Oscura

Archiviato in: 1, Letture — sickdogs @ 1:13 pm

Suonano le trombe dell’apocalisse sopra il cielo torbido di Los Angeles, ma pare nessuno voglia accorgersene. La prima è la guerra dell’eroina che sconvolge la città e le istituzioni, il livello di violenza diventa quello di una guerra a (neanche tanto) bassa intensità. La seconda tromba sono i coccodrilli albini geneticamente modificati che infestano le fogne della megalopoli e minacciano di uscire fuori – già i coccodrilli, proprio come nella leggenda metropolitana in cui i rettili esotici venduti come specie nana crescono, diventano pericolosi e vengono buttati dai loro proprietari nel cesso, subendo a lungo andare una mutazione. La terza tromba è quella dell’uragano Jessie che dopo aver distrutto le Hawaii si abbatte su Los Angeles provocando un devastante urbanicidio, mentre i danni che non fa l’anomalia meteorologica li fanno gli umani che vivono in una civiltà di cartapesta, quella che appena messa fuori uso li trasforma in belve prive di raziocinio. Anche chi pretende di porre fine ai disordini lo fa per fare carriera, per scalare le posizioni, guadagnare potere e prestigio, senza accorgersi che la quarta tromba sta per suonare, quella che porrà la fine alle illusioni di poter cavalcare la catastrofe.

Non è subito chiaro il livello di catastrofismo che sprigiona “Città Oscura” di A. Altieri, un catastrofismo estremamente attuale considerando l’anno di uscita del libro, ovvero il 1981, l’epoca in cui era più sentito il terrore nucleare che non i cambiamenti climatici. In questo contesto un po’ allucinato, in una città che si percepisce sempre di più  come una gigantesca catacomba, o almeno questi sono i presagi che continuano a insinuarsi tra le righe del romanzo, si muove il tenente Solomon Newton alle prese con un caso complessissimo di corruzione, di connivenze, di traffico dell’eroina e delle armi, che fa emergere i legami tra il più potente clan mafioso della California con i vertici politici e militari. Un poliziotto afro-americano, quindi un “negro”, appellativo che riecheggia per tutto il romanzo e che fa cadere la maschera ai “liberal” ipocriti che quando perdono le staffe si dimostrano per quello che sono. Solomon naturalmente è di origini povere, tuttavia laureato in ubranistica, un tipo inteligente ma disilluso, a volte cinico, dal passato idealista e per forza di cose vicino ai “radical leftists” fino alla discesa nell’inferno della giungla vietnamita, al ritorno dalla quale non poteva che scegliere tra il ritorno alla micro-criminalità o a diventare lo sbirro da strada. Man mano che la situazione precipita e si ritrova ad essere il target numero uno dei migliori killer della mafia, assume sempre di più un alone fosco di un eroe da tragedia greca: fatalista ma sempre pronto a buttarsi nelle situazioni più pericolose, comprensivo e altruista ma porta sciagura alle persone a cui vuole bene, condannato a combattere una guerra da solo, accompagnato solo dalle teorie di un vecchio professore che ammirava ai tempi dell’università – professor Schwartz, che per le teorie che espone sulla fragilità delle strutture delle megalopoli ricorda tanto Mike Davis, anticipando in qualche modo quello che si può leggere in “Ecologia della Paura” uscito più di dieci anni dopo il romanzo.

La città oscura è un romanzo veloce, pieno di azione e di morti ammazzati, di inseguimenti che rendono molto più di qualsiasi action movie pieno di effetti speciali. Tenente Newton compie delle azioni incredibili, uno che malgrado l’aspetto scazzato, è più scaltro di James Bond e più forte di Chuck Norris ;-) Forse l’unico aspetto che a tratti mi lasciava perplesso era questa invulnerabilità e fiabesca tenacia di Solomon. La catastrofe dell’uragano Jessie è la parte forse più suggestiva del romanzo, se proprio bisogna sceglierne una. I potenti sono descritti perfettamente nella loro ambiguità, voracità e cinismo. Il rapporto tra affari, politica e malavita ricordano molto cose all’italiana come ad esempio la gigantesca truffa dei complessi residenziali “Galassia” fatti con norme anti-sismiche “pacco”. Degne di nota anche le menzioni di Black Panthers, di Weathermen Unerground e della CIA che smazzava l’eorina tra i giovani sottoproletari di colore, questo penso dica qualcosa anche sul background politico dello scrittore, che per quanto impliciti  i riferimenti ai movimenti sociali sono numerosi.

Febbraio 24, 2009

L’arte della guerra

Archiviato in: Letture — sickdogs @ 3:59 pm

larte della guerra

l'arte della guerra

Ho preso in biblioteca “L’arte della Guerra” di Sun Tzu, il generale e lo stratega cinese del VI secolo A.C. Ho sempre avversato il testo perchè i vari yuppies, brokers, affaristi, farabutti e sanguisughe si riempiono la bocca con le citazioni dell’antico libro almeno dagli anni settanta, dando un’interpretazione da “manuale di come fottere il prossimo”. Bene, dopo aver letto la riflessione di Wu Ming a proposito  mi sono deciso di leggerlo: che importanza ha quale interpretazione gli da un branco di stronzi che si estinguerà entro un secolo, di cui rimarrà solo il ricordo su come era stupida e avida l’umanità all’inizio del ventunesimo secolo. La strategia è soprattutto lungimiranza, quella che i magnanti dell’economia globale non hanno. Il capitalismo “no Future” non solo non conosce la strategia, ma alla prima crisi seria dopo più di trent’anni, pensa di trovare soluzione nella “pianificazione” e nel protezionismo.

Ma ecco l’articolo estratto da un numero del Giap, la newsletter del collettivo letterario:

(continua…)

Gennaio 25, 2009

Dan Simmons. Quando “scrittore” fa rima con “squallore” e con “delatore”

Archiviato in: Letture — Tag:, , — sickdogs @ 10:51 am

di Jean-Daniel Brèque

DanSimmons.jpg[Dan Simmons è noto in Italia soprattutto per i quattro romanzi del ciclo “Hyperion”, nonché per varie opere fantasy e horror. Jean-Daniel Brèque è stato il suo principale traduttore in Francia.]

Traduttore di varie opere di Dan Simmons, tenevo dal 2004 una rubrica regolare sul suo sito web.
Negli ultimi tempi sono stato turbato, rivoltato e anche depresso dai commenti dei partecipanti al forum del sito, e dall’autore stesso, che vomitavano fiumi di odio contro i democratici, gli arabi, gli omosessuali, gli ecologisti ecc.
L’11 gennaio scorso, la goccia che ha fatto traboccare il vaso: Dan Simmons ha incitato un internauta a denunciare alla FBI una giovane palestinese che studia negli Stati Uniti, che gli aveva confidato la sua collera davanti ai massacri di Gaza e il suo desiderio di vendetta.

Simmons arrivava a fornire il link da contattare per una denuncia, e diversi numeri di telefono, concludendo il suo messaggio con questa frase: “In realtà, inutile contattarli, l’ho già fatto io stesso (suppongo che il nome non sia quello dato da lei, ma potrà discutere di questo con gli agenti federali che verranno a visitarla)”.
Lo stesso giorno, gli ho reso nota la mia decisione di interrompere ogni collaborazione con il suo sito. Ne ha preso atto, difendendo il suo appello alla delazione (la sua giustificazione consisteva in una data, l’11 settembre) e concludendo, a torto, che io provavo “disprezzo” per il suo sito web, per la sua posizione e per lui stesso, oltre che per la sua opera. Di conseguenza, mi ha detto, non solo ha deciso di fare cancellare dal suo sito tutte le cronache che avevo redatto (cosa fino a oggi, 21 gennaio 2009, non ancora avvenuta, dato che il provider è in vacanza), ma ha anche contattato Danny Baror, suo agente letterario per l’estero, e gli ha chiesto di garantirgli per contratto che io non fossi il traduttore di Drood, il suo ultimo romanzo, né di qualsiasi ulteriore opera narrativa firmata Dan Simmons.
Se mi avesse chiesto di non tradurlo più, vista la rottura delle nostre relazioni di cordialità, avrei accettato. Ha scelto di impormi la sua volontà tramite un attacco preventivo, seguito da una rappresaglia sproporzionata – perfettamente in linea con la sua posizione ideologica.
Dopo avere informato gli editori per i quali ho recentemente tradotto i suoi romanzi – che qui ringrazio per la loro solidarietà – ho deciso di rendere pubblico questo incidente, perché la mia posizione sia chiara.

E’ cosa rara che un autore cerchi di farsi più piccolo della sua opera.
Antoine Blondin

Gennaio 21, 2009

Magdeburg l’eretico

Archiviato in: Letture — Tag:, , , — sickdogs @ 3:31 pm

Magdeburg leretico

Magdeburg l'eretico

Un paio d’anni fa lessi Magdeburg l’eretico di A. Altieri, noto scrittore milanese e affermato sceneggiatore cinematografico. Mi affascinava l’ambientazione e lo stile tagliente, come la katana del protagonista: un misterioso eretico che tesse le trame oscure in mezzo alla Guerra dei Trent’anni che divora l’Europa. Tuttavia mi lasciava perplesso il personaggio principale, una specie di supereroe oscuro, capace di tutto, istruito chissà come all’arte della spada in Giappone, ma come se non bastasse preparatissimo anche per quanto riguarda la filosofia dell’estremo oriente e infine conoscitore preparatissimo della situazione politica europea. Un po’ troppo per una vita sola! Tuttavia, mettendo da parte i miei scetticismi e reticenza di fronte a quello che inizialmente mi appariva come un personaggio virile e macho, modello umano piuttosto inflazionato ma per fortuna anche superato nella cultura popolare odierna, ho deciso di leggere tutta la trilogia evitando pregiudizi. Mi sono detto che è assurdo pretendere l’assoluta razionalità e coerenza in un romanzo del genere, una curiosa via di mezzo tra romanzo storico, fantasy e horror. La storia in sè, piena di immagini evocative, azione e suspence, è anche un pretesto per raccontare la genesi della guerra eterna su cui Altieri insiste per tutto il romanzo. “Dio è morto, la guerra è eterna”.

Sullo sfondo dunque vediamo la nascità degli stati moderni in un bagno di sangue, le classi dominanti ubriache di potere e in preda all’assolutismo che involve l’intera società, che vede sepolte quelle poche conquiste del Rinascimento. Quello su cui volevo soffermarmi, infatti è proprio questo contesto, così ben descritto da Altieri, e non tanto la trama che lascio a chi vorrà leggerlo, oltre al concetto di “guerra eterna”, tornato in voga all’inizio del ventunesimo secolo. Dekken, Wallenstein, Wittelsbach e innumerevoli altri potenti che compaiono nel romanzo non sono altro che i predecessori delle classi dominanti odierne, nel XVII secolo ancora autoreferenziali e ignare del fatto che a breve dovranno fare i conti con una concorrenza spietata – banchieri e mercanti. D’altronde qualcuno diceva “la paura è l’anima del commercio” per questo i secondi non potranno mai rinunciare ai primi, i fautori del terrore. Non è un caso che dopo secoli, nei circolini dei poteri forti ritroviamo a volte gli stessi cognomi di coloro che si credevano designati da Dio per tutelare l’ordine concepito dall’onnipotente – pretendendo implicitamente di essere loro stessi una sua emanazione. Lì nasce l’idea del potere assoluto che i tiranni, per quanto sanguinari dei secoli precedenti, non osavano fare propria.

Tornando al romanzo, Wulfgar, l’angelo delle tenebre, non pare essere al servizio di uno dei potenti, e tanto meno è un guerriero del contropotere: lui sceglie il più ambizioso dei principi, apparentemente come suo alleato, per metterlo di fronte alle verità essenziali e di fronte ai propri limiti, marciando insieme verso il disastro o verso la nemesi? Ma c’è un altro aspetto di questo percorso iniziatico, forse il più importante: la presenza dei vinti e dei reietti, gli archetipi di una società a venire, ai quali ad ogni uno viene assegnato un simbolo elementale. Il disertore, la strega, il costruttore delle lenti, il principe che va incontro alla propria rovina e infine Deveraux, l’osservatore. Forse il loro compito è quello di lasciarsi dietro una scia luminosa nel mondo delle tenebre abitato da uomini-belva? Tracciare un sentiero, una via di fuga? O forse solo accelerare il disastro, perseguire il male necessario per tutelare gli equilibri del mondo? Il disegno di Wulfgar rimane oscuro fino all’ultima parte della trilogia “Il Demone”, dove potrebbero esserci ulteriori colpi di scena che scombussolano il lettore e reindirizzano il corso della trama nonchè le implicazioni etiche, filosofiche e politiche. Comunque sia non vedo l’ora di leggerlo.

Gennaio 11, 2009

Carta d’identità – Mahmoud Darwish (1967)

Archiviato in: Letture, Storia movimenti — sickdogs @ 9:38 pm

Pensando alla Palestina, ripropongo questa vecchia poesia di Mahmoud Darwish, così attuale ancora oggi. Me l’ha datta un vecchio amico (vecchio anche in senso anagrafico), il buon Spartacus che ai tempi faceva parte dei comitati a sostegno della lotta palestinese. Era su un foglio battuto a macchina. Ogni volta che mi presta qualche rivista impolverata, qualche documento dell’epoca, qualche libro impolverato di case editrici che non esistono più, diventa un incontro ravvicinato del terzo tipo con il Novecento. Così fisico, pensando agli odori che emanano, alle mani che li hanno toccati e alle passioni rivoluzionarie che sono state trasmesse a quella carta…

Carta d’identità (Mahmoud Selim Darwish, 1967)

Scrivi – sono Arabo
Cinquantamila è il numero sul documento
Ho otto figli – il nono
Verrà dopo l’estate.

Scrivi – sono Arabo
Con i commpagni in una cava lavoro
Ho otto figli
Acquisto il pane – i vestiti – i quaderni.

Le pietre non vengo
A mendicarle alla tua porta
né ai gradini del tuo trono mi umilio
Per questo ti prende la rabbia?

Scrivi – sono Arabo
Senza nome né titolo
Paziente in un paese dove tutto vive
Per forza di rabbia.
Le mie radici?
Si affondano
Prima che il tempo nascese
Che il cipresso e l’ulivo nascesse
Che l’erba spuntasse.

Mio padre?
Arava la terra – e non aveva origini illustri
Mio nonno? – contadino
Senza calcolo – né nobiltà.

La mia casa?
Una capanna di guardia campestre
Fatta di tronchi e di canne
Del mio rango sei soddisfatto?

Il mio indirizzo?
Sono in un villaggio remoto…dimenticato…
I vicoli non hanno nome.
Gli uomini dei campi e della cava
Amano la libertà. Ti adiri?

Scrivi – sono Arabo
Ti sei preso la vigna dei miei padri
Della terra che aravo coi figli
Non hai lasciate che pietre
Ai miei discendenti
Alla mia famiglia.
Vuoi prenderle?
Il tuo governo le vuole – è quel che si dice.

Scrivi dunque nella prima pagina in alto:
Non odio io gli altri – né derubare li voglio
Ma – se ho fame
Divoro la carne di chi m’ha de

Ottobre 8, 2008

Fra Dolcino

Archiviato in: Letture, Storia movimenti — sickdogs @ 7:15 pm
Obelisco di Fra Dolcino innalzato nel 1907

Obelisco di Fra Dolcino innalzato nel 1907

Dopo tanti anni che mi frullano nella testa gli echi degli eretici dolciniani bruciati vivi o uccisi in battaglia sui fianchi di Monte Rubello – come un richiamo dal passato di chi ha sfidato l’ordine costituito a non dimenticare – finalmente ho iniziato a leggere “Fra Dolcino e gli apostolici: tra eresia, rivolta e roghi“, un libro del Centro Studi Dolciniani uscito per Derive Approdi nel 2000.

Ora che ci penso non ricordo bene dove ho sentito parlare per prima volta di Fra Dolcino. Probabilmente perchè viene menzionato ne “Il Nome della Rosa” di Eco letto anni fa, e successivamente, essendo rimasto affascinato, sono andato a cercare i riferimenti sugli apostolici altrove, venendo alla fine a conoscenza del Centro Studi Dolciniani. Questo fatto, tra l’altro, mi ha spinto poi a privilegiare le camminate in Val Sesia piuttosto che altrove, forse nella speranza di trovare qualche segno o qualche altro richiamo degli eretici lì defunti più di sette secoli or sono. Spazzati via gli eretici è rimasta l’eresia, continuando ad infiammare gli animi dei contadini di tutta l’Europa, almeno fino all’avvento del marxismo e dell’anarchismo, da quando non ci fu più bisogno di ispirazione religiosa per sfidare i potenti, l’ordine costituito e per rivendicare giustizia sociale, ugualianza, ridistribuzione dei beni. Tuttavia il fervore religioso che si sostituisce alle idee politiche e agli orizzonti ideologici sembra di nuovo in ascesa, anche se in contesti profondamente diversi e dagli esiti difficili da giudicare o prevedere…

Articoli precedenti »

Blog su WordPress.com.