SubKultural & PopKultural

Luglio 4, 2008

Enemy Mine

Archiviato in: Cinema — sickdogs @ 11:17 am

Enemy MineA proposito di “La mano sinistra delle tenebre”, di cui parlavo due post fa, mi è tornato alla mente un film che ho visto un sacco di anni fa – Enemy Mine di W. Petersen, tradotto in italiano “Mio caro nemico” se non sbaglio. In particolare la parte della storia di Le Guinn in cui i due protagonisti, Ai terrestre e Estraven getheniano, si ritrovano ad attraversare un terribile ghiacciaio, in un’esperienza mistica di straordinaria reciprocità malgrado la profonda differenza culturale, mi ha ricordato la trama del film, in cui un addetto alla sorveglianza di una colonia mineraria e un “dracaniano” si schiantano in seguito ad uno scontro, su un pianeta desolato e inospitale dove sono presenti poche e feroci forme di vita. Costretti a convivere, anzi prima a sopravvivere, impareranno a superare ogni uno la propria xenofobia, nascerà quindi una grande amicizia e forse anche qualcosa di più, un po’ come accade a Estraven e Ai che ad un certo punto proveranno l’amore uno per l’altro. Questo convivere tra “alieni” mi risulta particolarmente affascinante, anche se nel primo caso si tratta di umani che hanno intrapreso percorsi evolutivi diversi nel corso dei milenni (i getheniani sono ermafroditi), appartengono a due civiltà lontane tra loro, mentre nel secondo caso sono due alieni di fatto, dracaniani sono un specie di rettili antropomorfi con una biologia diversa da quella umana, ma con alcuni tratti vagamente somiglianti rispetto alla cultura e alla religione umana.

E’ un film passato un po’ in secondo piano, rispetto alle varie classifiche di fantascienza anni ‘80 e ci sono parecchie boiate o quasi che godono di molta più stima rispetto a questo film tutto sommato dignitoso e ben fatto, con un messaggio semplice ma positivo. Da bambino quando lo vidi (sarà stato nel ‘86 o ‘87) mi aveva commosso la parte in cui Quaid fa partorire Jeriba, perchè per i dracaniani il parto significa morte, la fine del ciclo vitale. Toccherà ad un terrestre allevare un piccolo rettile antropomorfo, trasmettergli tutto quello che è riuscito ad apprendere dal proprio compagno dracaniano: la lingua, i testi sacri, le nozioni basilari sul suo pianeta d’origine. Due alieni soli e isolati in un mondo primordiale, da soli fondano in qualche modo una civiltà nuova, plurale e sincretica…

Maggio 26, 2008

28 settimane dopo

Archiviato in: Cinema — Tag:, , , — sickdogs @ 12:16 pm

28 giorni dopo di Boyle era un film catastrofista efficace, con un ritmo vorticoso e con una rivisitazione della figura dello zombi che trovavo interessante. Dagli zombi flacidi e putrescenti di Romero, che diffondono il contagio attraverso il morso, pericolosi soprattutto quando fanno massa, si arriva a questi super-zombi che non sono dei “non morti”, ma dei vivi completamente rimbecilliti da un misterioso virus di rabbia, privi di intelligenza ma velocissimi, voracissimi e a quanto pare immuni al dolore e alla fatica – e come se non bastasse per infettarti basta solo che ti sputino in faccia. I buoni vecchi zombi finiscono per farti quasi pena, con i loro frammenti di ricordi malgrado siano ridotti in modo da rispondere solo all’impulso primordiale di nutrirsi di ciò che erano, in un nichilismo biologico patetico e inquetante. E’ un passaggio naturale, se i primi rappresentavano homo-consumisticus del vecchio liberismo anni ‘70, quelli di 28 giorni dopo sono la metafora del turbo-capitalismo guerresco, in cui gli stili di vita dominanti si estremizzano ulteriormente, in cui il cannibalismo simboleggia in modo migliore ciò a cui si sono ridotti i rapporti umani.

In realtà dovevo parlare di 28 settimane dopo, il sequel del primo, ma siccome è talmente insignificante non mi viene niente da dire. Classico sequel fatto con pure logiche di mercato, con una storia inconsistente, i personaggi rarefatti e passaggi improbabili tra le varie parti del film. In poche parole dopo 28 settimane inizia già la ricostruzione del centro di Londra sotto controllo della NATO e ci sono i primi rientri dei profughi anche se le periferie sono ancora infestate, figuriamoci il resto dell’Inghilterra. Un ingeniere cretino che non si capisce come ha le tessere per entrare ovunque nel quartiere generale che tiene sotto controllo la città, combina una catastrofe insieme ai due figli altretanto deficenti. Il primo si slingua con la moglie infetta però portatrice sana (quindi chiave per un’eventuale soluzione), sopravvisuta per mesi nella loro vecchia casa, dove il marito ora pieno di sensi di colpa l’ha mollata fuggendo, mentre i due figli hanno pensato bene di andare a riprendersi la mamma fuori dalla quarantena, riuscendoci malgrado controlli iper-tecnologici. Il resto sono inseguimenti, sbudellamenti, zombi-papà che ha una certa propensione per la tortura, scene suggestive dall’alto sulla città deserta e semidistrutta, il massacro spaventoso che segue all’esplosione del virus in quarantena ecc.

A parte qualche scena e il tema principale della colonna sonora il resto lascia piuttosto perplessi e con un lieve senso di nausea.

Maggio 25, 2008

Persepolis

Archiviato in: Cinema — Tag:, , — sickdogs @ 1:06 pm

Ho appena visto Persepolis di Marjane Satrapi, un film d’animazione autobiografico, che racconta l’Iran dalla rivoluzione del 1979 fino alla metà degli anni novanta, attraverso il vissuto di una ragazza costretta ha migrare. Figlia di una famiglia appartenente alla borghesia illuminata iraniana, molto vicina alle istanze socialiste, fin da bambina si distingue per il proprio carattere ribelle. Il suo eroe è Bruce Lì, mentre il confidente e consigliere Dio in persona, al quale più tardi si aggiungerà Marx, che per altro assomiglia a Dio per via della barba foltissima.

Marjane a 14 anni è affascinata dal punk, dagli Iron Maiden e un po’ anche da Micheal Jackson, va nei parchi dagli “spacciatori” di cassette audio proibite dal nuovo regime islamico. Nell’Iran “rivoluzionario” si rischia la galera per una festa con amici, bisogna ingeniarsi ed essere scaltrissimi per qualsiasi forma di svago e divertimento. Piena di speranze, arrivata a Vienna si scontrerà con l’ingoranza eurocentrista e con la freddezza dei rapporti umani.

Malgrado sia a tratti fiabeco ed onirico, “Persepolis” riesce a rendere l’idea della realtà iraniana meglio di qualsiasi reportage documentaristico; il realismo o meglio “reality” che si è sostituito ad esso non ha più credibilità, è sdoganato, la manipolazione delle immagini reali non è più in grado di raccontare, di far apprendere. Questo diario intimo che usa un linguaggio fiabeco e onirico è capace di cogliere le questioni fondamentali della società iraniana, di rompere i luoghi comuni con cui siamo bombardati costantemente e far incuriosire, commuovere, senza prese di posizione retoriche e banali.

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