A proposito di “La mano sinistra delle tenebre”, di cui parlavo due post fa, mi è tornato alla mente un film che ho visto un sacco di anni fa – Enemy Mine di W. Petersen, tradotto in italiano “Mio caro nemico” se non sbaglio. In particolare la parte della storia di Le Guinn in cui i due protagonisti, Ai terrestre e Estraven getheniano, si ritrovano ad attraversare un terribile ghiacciaio, in un’esperienza mistica di straordinaria reciprocità malgrado la profonda differenza culturale, mi ha ricordato la trama del film, in cui un addetto alla sorveglianza di una colonia mineraria e un “dracaniano” si schiantano in seguito ad uno scontro, su un pianeta desolato e inospitale dove sono presenti poche e feroci forme di vita. Costretti a convivere, anzi prima a sopravvivere, impareranno a superare ogni uno la propria xenofobia, nascerà quindi una grande amicizia e forse anche qualcosa di più, un po’ come accade a Estraven e Ai che ad un certo punto proveranno l’amore uno per l’altro. Questo convivere tra “alieni” mi risulta particolarmente affascinante, anche se nel primo caso si tratta di umani che hanno intrapreso percorsi evolutivi diversi nel corso dei milenni (i getheniani sono ermafroditi), appartengono a due civiltà lontane tra loro, mentre nel secondo caso sono due alieni di fatto, dracaniani sono un specie di rettili antropomorfi con una biologia diversa da quella umana, ma con alcuni tratti vagamente somiglianti rispetto alla cultura e alla religione umana.
E’ un film passato un po’ in secondo piano, rispetto alle varie classifiche di fantascienza anni ‘80 e ci sono parecchie boiate o quasi che godono di molta più stima rispetto a questo film tutto sommato dignitoso e ben fatto, con un messaggio semplice ma positivo. Da bambino quando lo vidi (sarà stato nel ‘86 o ‘87) mi aveva commosso la parte in cui Quaid fa partorire Jeriba, perchè per i dracaniani il parto significa morte, la fine del ciclo vitale. Toccherà ad un terrestre allevare un piccolo rettile antropomorfo, trasmettergli tutto quello che è riuscito ad apprendere dal proprio compagno dracaniano: la lingua, i testi sacri, le nozioni basilari sul suo pianeta d’origine. Due alieni soli e isolati in un mondo primordiale, da soli fondano in qualche modo una civiltà nuova, plurale e sincretica…
28 giorni dopo di Boyle era un film catastrofista efficace, con un ritmo vorticoso e con una rivisitazione della figura dello zombi che trovavo interessante. Dagli zombi flacidi e putrescenti di Romero, che diffondono il contagio attraverso il morso, pericolosi soprattutto quando fanno massa, si arriva a questi super-zombi che non sono dei “non morti”, ma dei vivi completamente rimbecilliti da un misterioso virus di rabbia, privi di intelligenza ma velocissimi, voracissimi e a quanto pare immuni al dolore e alla fatica – e come se non bastasse per infettarti basta solo che ti sputino in faccia. I buoni vecchi zombi finiscono per farti quasi pena, con i loro frammenti di ricordi malgrado siano ridotti in modo da rispondere solo all’impulso primordiale di nutrirsi di ciò che erano, in un nichilismo biologico patetico e inquetante. E’ un passaggio naturale, se i primi rappresentavano homo-consumisticus del vecchio liberismo anni ‘70, quelli di 28 giorni dopo sono la metafora del turbo-capitalismo guerresco, in cui gli stili di vita dominanti si estremizzano ulteriormente, in cui il cannibalismo simboleggia in modo migliore ciò a cui si sono ridotti i rapporti umani.
Ho appena visto