
Magdeburg l'eretico
Un paio d’anni fa lessi Magdeburg l’eretico di A. Altieri, noto scrittore milanese e affermato sceneggiatore cinematografico. Mi affascinava l’ambientazione e lo stile tagliente, come la katana del protagonista: un misterioso eretico che tesse le trame oscure in mezzo alla Guerra dei Trent’anni che divora l’Europa. Tuttavia mi lasciava perplesso il personaggio principale, una specie di supereroe oscuro, capace di tutto, istruito chissà come all’arte della spada in Giappone, ma come se non bastasse preparatissimo anche per quanto riguarda la filosofia dell’estremo oriente e infine conoscitore preparatissimo della situazione politica europea. Un po’ troppo per una vita sola! Tuttavia, mettendo da parte i miei scetticismi e reticenza di fronte a quello che inizialmente mi appariva come un personaggio virile e macho, modello umano piuttosto inflazionato ma per fortuna anche superato nella cultura popolare odierna, ho deciso di leggere tutta la trilogia evitando pregiudizi. Mi sono detto che è assurdo pretendere l’assoluta razionalità e coerenza in un romanzo del genere, una curiosa via di mezzo tra romanzo storico, fantasy e horror. La storia in sè, piena di immagini evocative, azione e suspence, è anche un pretesto per raccontare la genesi della guerra eterna su cui Altieri insiste per tutto il romanzo. “Dio è morto, la guerra è eterna”.
Sullo sfondo dunque vediamo la nascità degli stati moderni in un bagno di sangue, le classi dominanti ubriache di potere e in preda all’assolutismo che involve l’intera società, che vede sepolte quelle poche conquiste del Rinascimento. Quello su cui volevo soffermarmi, infatti è proprio questo contesto, così ben descritto da Altieri, e non tanto la trama che lascio a chi vorrà leggerlo, oltre al concetto di “guerra eterna”, tornato in voga all’inizio del ventunesimo secolo. Dekken, Wallenstein, Wittelsbach e innumerevoli altri potenti che compaiono nel romanzo non sono altro che i predecessori delle classi dominanti odierne, nel XVII secolo ancora autoreferenziali e ignare del fatto che a breve dovranno fare i conti con una concorrenza spietata – banchieri e mercanti. D’altronde qualcuno diceva “la paura è l’anima del commercio” per questo i secondi non potranno mai rinunciare ai primi, i fautori del terrore. Non è un caso che dopo secoli, nei circolini dei poteri forti ritroviamo a volte gli stessi cognomi di coloro che si credevano designati da Dio per tutelare l’ordine concepito dall’onnipotente – pretendendo implicitamente di essere loro stessi una sua emanazione. Lì nasce l’idea del potere assoluto che i tiranni, per quanto sanguinari dei secoli precedenti, non osavano fare propria.
Tornando al romanzo, Wulfgar, l’angelo delle tenebre, non pare essere al servizio di uno dei potenti, e tanto meno è un guerriero del contropotere: lui sceglie il più ambizioso dei principi, apparentemente come suo alleato, per metterlo di fronte alle verità essenziali e di fronte ai propri limiti, marciando insieme verso il disastro o verso la nemesi? Ma c’è un altro aspetto di questo percorso iniziatico, forse il più importante: la presenza dei vinti e dei reietti, gli archetipi di una società a venire, ai quali ad ogni uno viene assegnato un simbolo elementale. Il disertore, la strega, il costruttore delle lenti, il principe che va incontro alla propria rovina e infine Deveraux, l’osservatore. Forse il loro compito è quello di lasciarsi dietro una scia luminosa nel mondo delle tenebre abitato da uomini-belva? Tracciare un sentiero, una via di fuga? O forse solo accelerare il disastro, perseguire il male necessario per tutelare gli equilibri del mondo? Il disegno di Wulfgar rimane oscuro fino all’ultima parte della trilogia “Il Demone”, dove potrebbero esserci ulteriori colpi di scena che scombussolano il lettore e reindirizzano il corso della trama nonchè le implicazioni etiche, filosofiche e politiche. Comunque sia non vedo l’ora di leggerlo.