Ho appena visto Persepolis di Marjane Satrapi, un film d’animazione autobiografico, che racconta l’Iran dalla rivoluzione del 1979 fino alla metà degli anni novanta, attraverso il vissuto di una ragazza costretta ha migrare. Figlia di una famiglia appartenente alla borghesia illuminata iraniana, molto vicina alle istanze socialiste, fin da bambina si distingue per il proprio carattere ribelle. Il suo eroe è Bruce Lì, mentre il confidente e consigliere Dio in persona, al quale più tardi si aggiungerà Marx, che per altro assomiglia a Dio per via della barba foltissima.
Marjane a 14 anni è affascinata dal punk, dagli Iron Maiden e un po’ anche da Micheal Jackson, va nei parchi dagli “spacciatori” di cassette audio proibite dal nuovo regime islamico. Nell’Iran “rivoluzionario” si rischia la galera per una festa con amici, bisogna ingeniarsi ed essere scaltrissimi per qualsiasi forma di svago e divertimento. Piena di speranze, arrivata a Vienna si scontrerà con l’ingoranza eurocentrista e con la freddezza dei rapporti umani.
Malgrado sia a tratti fiabeco ed onirico, “Persepolis” riesce a rendere l’idea della realtà iraniana meglio di qualsiasi reportage documentaristico; il realismo o meglio “reality” che si è sostituito ad esso non ha più credibilità, è sdoganato, la manipolazione delle immagini reali non è più in grado di raccontare, di far apprendere. Questo diario intimo che usa un linguaggio fiabeco e onirico è capace di cogliere le questioni fondamentali della società iraniana, di rompere i luoghi comuni con cui siamo bombardati costantemente e far incuriosire, commuovere, senza prese di posizione retoriche e banali.